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Il lavoro accessorio

La Riforma Fornero apporta alcune modifiche alla possibilità di accedere al lavoro cosiddetto accessorio o a voucher; nel caso specifico attua una semplificazione all’uso dello strumento, ridefinendo i limiti all’utilizzo di questo istituto sulla base del solo criterio dei compensi, eliminando il riferimento a specifici settori di attività.

 

E’ stato fissato un tetto massimo di 5.000,00 euro annui per percettore, che possono essere erogati da un unico ente o da più committenti; le prestazioni rese a favore di imprenditori commerciali e liberi professionisti non potranno superare i 2.000,00 euro pro-capite, fermo restando il limite dei 5.000,00.

Per quanto riguarda il settore agricolo la normativa viene sostanzialmente confermata, con la sola esclusione delle casalinghe per i lavori agricoli stagionali. Sì invece a pensionati e giovani fino a 25 anni regolarmente iscritti ad un corso di studi. Le imprese agricole con un giro d’affari fino a 7.000,00 euro non potranno avvalersi di persone iscritte all’elenco anagrafico dei lavoratori agricoli.

Il valore nominale del voucher è di 10,00 euro di cui 7,50 al lavoratore, da considerarsi quale compenso orario.

Lavoro a progetto

Il contratto di lavoro a progetto è una forma di lavoro autonomo, in cui il collaboratore si obbliga a compiere un’opera o un servizio (cosiddetto risultato) svolgendo la prestazione in maniera coordinata e continuativa con il committente.

Come anticipato, la Riforma Fornero tende a stringere le maglie su tutte le forme di lavoro autonomo, prediligendo i rapporti di lavoro subordinato.

Nell’ambito del lavoro a progetto, sparisce il riferimento a “programmi di lavoro o fasi di esso”, mentre viene sottolineato che deve esistere un collegamento funzionale con un risultato finale.

Per i rapporti instaurati a partire dal 18 luglio 2012, il progetto deve essere chiaramente descritto nel contratto stipulato tra committente e collaboratore e la sanzione per la mancata indicazione è la trasformazione del rapporto in rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato fin dalla stipula. Ai contratti già in essere al 18 luglio si applica la precedente normativa.

La riforma recepisce l’orientamento giurisprudenziale maggioritario per il quale il progetto non può consistere in una mera riproposizione dell’oggetto sociale o della “mission” del committente e che non può comportare lo svolgimento di compiti meramente esecutivi e ripetitivi. Viene lasciato alla contrattazione collettiva il compito di individuare quali sono questi compiti.

Sotto il profilo del compenso abbiamo le maggiori criticità: il compenso del collaboratore a progetto non potrà essere inferiore a quanto specificatamente previsto dalla contrattazione collettiva relativamente a ciascun settore di attività, riguardo ai profili professionali tipici del settore. In attesa di una contrattazione ad hoc per i collaboratori a progetto, il compenso non potrà essere inferiore alle retribuzioni minime garantite dai CCNL ai lavoratori dipendenti con analoghe mansioni e a parità di quantità di lavoro svolto.

Ecco che ci troviamo ad avere un contratto che per definizione mira al raggiungimento di un risultato, indipendentemente dalla quantità di lavoro svolto, ma ricompensato come fosse lavoro subordinato, ovvero in funzione della quantità di tempo lavorato. Purtroppo è facile immaginare come questo creerà problemi in caso di contestazione della genuinità del contratto da parte degli organi ispettivi, considerato che un indice di subordinazione è proprio la correlazione tra tempo-lavoro e corrispettivo erogato.

Nel caso in cui il lavoratore a progetto esegua la propria attività con modalità analoghe a quella dei dipendenti del committente, opera una presunzione di subordinazione, tranne che nel caso di prestazioni ad alto contenuto professionale, che possono essere individuate dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

La riforma apporta delle novità anche in ambito di recesso dal contratto a progetto: se prima si potevano liberamente individuare le causali per risolvere il contratto ed in ogni caso era sufficiente rispettare il periodo di preavviso concordato, ora la legge stabilisce che il committente può recedere solo per giusta causa o qualora siano emersi motivi di evidente inidoneità professionale del collaboratore, mentre il collaboratore può sempre recedere rispettando un periodo di preavviso.

Associazione in partecipazione

L’associazione in partecipazione è quel contratto in virtù del quale un soggetto detto associante attribuisce ad un altro soggetto detto associato una partecipazione agli utili della sua attività, o di una parte della sua attività, in cambio di un apporto in denaro, o lavoro, o entrambi.

La riforma interessa gli associati che apportano lavoro, stabilendo che per la stessa attività, con esclusione dei familiari, gli associati in partecipazione non potranno essere più di tre, pena la trasformazione di tutti i rapporti, in rapporti di lavoro dipendente.

Sono esclusi dal computo i contratti di associazione in partecipazione certificati prima del 18 luglio 2012.

In ogni caso, esistono degli indici di presunzione di rapporto di lavoro subordinato nel caso in cui

all’associato non venga consegnato un rendiconto periodico sull’andamento dell’attività, non venga ricompensato attraverso una effettiva ripartizione degli utili e non svolga una attività qualificata.

Partite Iva

Giro di vite anche sulle partite Iva. Pare siano troppe e questo fa pensare che non siano autentiche. La legge Fornero individua degli indici che fanno presupporre esistere un rapporto di dipendenza mascherata.

Essi sono:

  • Avere un rapporto con una durata complessivamente superiore a 8 mesi nell’arco dell’anno;
  • Il corrispettivo corrisponde a più del 80% dei compensi complessivamente percepiti nell’arco dell’anno;
  • Avere una postazione di lavoro fissa presso il committente.

Se nell’arco di un biennio sono presenti 2 dei 3 indici, si presume di essere in presenza non più di una prestazione di opera “pura”, ma di essere di fronte ad una collaborazione coordinata e continuativa.

Se il committente non è in grado di dimostrare il contrario, la conseguenza è che, mancando il progetto scritto nella collaborazione, questa, per effetto delle modifiche intervenute sulla normativa del contratto a progetto, si trasforma a sua volta in un rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato ab origine.

Esistono delle eccezioni a questa presunzione:

  • sono esclusi gli iscritti ad albi ed ordini professionali che esercitano attività riservate agli iscritti agli ordini di appartenenza;
  • coloro che percepiscono un reddito superiore ad 1,25 volte il minimale per il versamento dei contributi previdenziali (circa 18.000,00 euro);
  • i casi in cui la prestazione è connotata da competenze teoriche di grado elevato acquisite attraverso significativi percorsi formativi, ovvero da capacità tecnico-pratiche acquisite attraverso rilevanti esperienze maturate nell’esercizio concreto di attività.